23 5 / 2012
L’archivio del card. Gomà e la guerra civile spagnola
Intervista con lo storico José Andrés Gallego.
di Nieves San Martín, da Zenit (26/04/2012)
Presso l’Archivio Storico Nazionale di Madrid è stata presentata oggi una monumentale edizione in tredici volumi dei documenti relativi alla Guerra Civile presenti nell’archivio del cardinale Isidro Gomá (1869-1940), controversa figura chiave della storia della Chiesa in Spagna del XX secolo.
Una delle novità emerse dalla ricerca è il rifiuto del nazismo da parte del futuro Papa Pio XII. “Non ci aspettavamo di trovare tante testimonianze del cardinale Pacelli contro il nazismo”, afferma lo storico José Andrés Gallego, uno degli autori dell’opera intitolata Archivo Gomá. Documentos de la Guerra Civil.
Oltre agli autori, José Andrés Gallego e Antón M. Pazos, sono intervenuti alla presentazione gli storici Santos Juliá e Fernando García de Cortázar.

Per l’occasione, ZENIT ha intervistato José Andrés Gallego. Nato a Calatayud nel 1944, l’accademico ha conseguito il dottorato in Filosofia e Lettere (Storia) nel 1971 e dopo aver tenuto varie cattedre è attualmente professore di ricerca presso il Consiglio Superiore per la Ricerca Scientifica (CSIC in acronimo spagnolo).
Professore, chi era il cardinale Gomá?
Era il primate di Spagna durante la Guerra Civile. Il conflitto lo colse quando era fuori, nella valle dell’Ebro, con l’idea di fare una cura termale a Belascoáin; era piuttosto malato, credo affetto da coliche renali di qualche entità. E questo gli salvò la vita: si rifugiò a Pamplona, dove fu accolto nel convento delle Giuseppine.
Qual è il suo significato nella storia della Spagna e della Chiesa?
In Vaticano hanno atteso molto per riconoscere il governo di Franco, per ovvie ragioni diplomatiche. Avevano notizie puntuali sulla persecuzione religiosa nella zona repubblicana, ma non sapevano quale tendenza era prevalsa tra i militari che si erano ribellati. Così optarono di nominare Gomá personale di Pio XI presso Franco stesso. Ciò significava che, fino a quando fu nominato nunzio Cicognani, lui fece le veci e aveva un ruolo molto importante nell’orientamento del nuovo Stato. La possibilità che il nuovo regime potesse orientarsi verso il nazismo causava molta preoccupazione a Roma e tra i vescovi spagnoli.
Che cosa apporta il libro alla storiografia?
L’archivio del cardinale Gomá è stato per lungo tempo la pietra preziosa, la cui apertura si aspettava e non si otteneva. Noi abbiamo potuto lavorare su questo e, sin dal primo momento, abbiamo capito che il miglior servizio che potevamo fare era metterlo a disposizione degli storici e di tutti coloro che vogliono formarsi un giudizio. Essendo varie migliaia di documenti, abbiamo fatto una selezione e il risultato sono tredici volumi. Per la pubblicazione ci sono voluti più di dieci anni e diversi libri - basati in gran parte su questa documentazione - sono già stati pubblicati.
Il libro getta nuova luce sulla famosa lettera pastorale dei vescovi spagnoli del 1937?
Sì, è molto chiaro. Ai vescovi spagnoli - e, soprattutto, a Gomá - arrivarono richieste da altri vescovi di tutto il mondo per sapere che cosa era realmente accaduto in Spagna. E la maggioranza di loro ritenne opportuno scrivere una dichiarazione dettagliata. La scrisse lo stesso Gomá, che la inviò per ottenere il loro nullaosta, unendo i vari punti di vista come poteva e pubblicandola con la firma di quasi tutti gli altri vescovi. Rifiutarono di firmare l’arcivescovo di Tarragona, Vidal i Barraquer, e il vescovo di Vitoria, Mateo Múgica. In una lettera a Gomá, Vidal i Barraquer spiegò che ritneva che, nel suo caso, non fosse prudente firmare, anche se era d’accordo nella sostanza. Mateo Múgica rifiutò – con buoni motivi, a mio parere - perché non poteva firmare una difesa delle autorità che gli avevano impedito di tornare nella sua diocesi, accusato di nazionalismo basco.
Come furono i rapporti del cardinale Gomá con i vescovi di altri Paesi?
Molto cordiali. La documentazione è molto ricca di scritti da tutto il mondo, in dichiarazioni di solidarietà e, in molti casi, in aiuti finanziari, spesso attraverso collette tra i cattolici dei diversi Paesi.
Qual fu l’atteggiamento della Santa Sede?
Non ci aspettavamo di trovare nella documentazione di Gomá testimonianze tanto esplicite della posizione del cardinale Pacelli, segretario di Stato di Pio XI, contro il nazismo. Pacelli e il cardinale Pizzardo si sono impegnati in modo particolare per garantire che i vescovi spagnoli diffondessero l’enciclica Mit brennender Sorge, del 1937, e lo fecero attraverso Gomá. La questione era delicata, per tre motivi: primo, perché i nazisti erano alleati di Franco, secondo, perché che la diffusione dell’enciclica coincise con la decisione di Franco di unire Falange e Requeté in un solo partito e, poiché molti degli uni e degli altri la accettarono malvolentieri, si temeva che l’enciclica venisse interpretata come un rifiuto della Falange e, infine, perché c’erano dei vescovi che pensavano - e lo dissero a Gomá, nella corrispondenza privata - che il tema dell’enciclica non aveva nulla a che fare con la Spagna. È stata ritardata per questo, per scegliere il momento migliore. E furono i gesuiti della rivista Razón y fe che costrinsero Gomá ad accelerare la pubblicazione; gli spiegarono che in Razón y fe venivano pubblicate tutte le encicliche del Papa e che non avrebbero fatto alcuna eccezione.
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23 5 / 2012
“Archivo Gomá”, nuovi documenti storici sfatano le accuse a Pio XII
Lo storico José Gallego: mai l’ostilità del Pontefice contro il nazisfascismo fu tanto esplicita.
di Nicola Z., da UCCR (23/05/2012)

“Non ci aspettavamo di trovare tante testimonianze del cardinale Pacelli contro il nazismo”, ha affermato lo storico José Andrés Gallego, commentando l’ennesima documentazione storica che emerge contro la leggenda nera che vede Pio XII quando non “indifferente”, addirittura “connivente” con i regimi nazifascisti. Recentemente, è stata infatti presentata presso l’Archivio Storico Nazionale di Madrid, un’edizione di tredici volumi dei documenti relativi alla Guerra Civile Spagnola ottenuti dall’archivio del cardinale Isidro Gomá, primate di Spagna durante la Guerra Civile. Dalla monumentale opera, intitolata Archivo Gomá. Documentos de la Guerra Civil, è emerso il netto e incondizionato rifiuto del nazismo da parte del Cardinale Pacelli, futuro Pio XII.
L’opera, dà un contributo fondamentale alla storiografia, come conferma il professor Gallego, co-autore intervistato da Zenit per l’occasione, che definisce l’archivio del primate spagnolo come «la pietra preziosa, la cui apertura si aspettava e non si otteneva». «Sin dal primo momento – ha aggiunto il professore- abbiamo capito che il miglior servizio che potevamo fare era metterlo a disposizione degli storici e di tutti coloro che vogliono formarsi un giudizio». Frutto dell’accurata selezione di migliaia di documenti, per la pubblicazione, l’Archivo Gomá. Documentos de la Guerra Civil ha necessitato di più di un decennio di lavoro.
Riguardo Pio XII, allora segretario di Stato di Pio XI, il professor Gallego si dice meravigliato delle «testimonianze tanto esplicite della posizione del cardinale Pacelli», il quale, si prodigò personalmente attraverso il cardinale Gomà, perché l’enciclica Mit brennender Sorge, in cui la dottrina nazista veniva condannata come pagana e anticristiana, venisse diffusa in Spagna, dove una virata del nuovo regime verso il nazismo destava «molta preoccupazione a Roma e tra i vescovi spagnoli».
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16 5 / 2012
Pacelli segretario di Stato di Pio XI contro Hitler
Dall’archivio del primate di Spagna Gomá nuove testimonianze dell’impegno anti-nazista di Pio XII.
di Giuseppe Brienza, da Vatican Insider (16/05/2012)

Sul carattere sistematicamente contrario all’ideologia ed alla politica nazionalsocialiste dell’intero pontificato di Pio XII (1939-1958), in risposta al celebre saggio dello storico inglese John Cornwell, che lo definì invece il “Papa di Hitler” (cfr. Hitler’s Pope: The Secret History of Pius XII, Penguin, Londra 1999, 2a edizione: 2008), ha già scritto una ampia e documentata confutazione il rabbino americano David G. Dalin (cfr. The Myth of Hitler’s Pope. How Pope Pius XII Rescued Jews from the Nazis, Regnery Publishing, Washington, 2005). Sull’avversione di Pacelli al regime hitleriano fin da quando, a partire dal 1930, fu nominato cardinale segretario di Stato di Pio XI (1922-1939), mancavano invece documentazioni inoppugnabili come quelle contenute nei tredici volumi dell’archivio del cardinale Isidro Gomá (1869-1940), primate di Spagna durante gli anni Trenta, presentati il 26 aprile scorso all’Archivio Storico Nazionale di Madrid.
Uno dei curatori di questa enorme raccolta inedita di documenti, José Andrés Gallego, professore di ricerca presso il “Consiglio Superiore per la Ricerca Scientifica” (“CSIC” nell’acronimo spagnolo- “Consejo Superior de Investigaciones Científicas”), ha categoricamente affermato in una recente intervista: “Non ci aspettavamo di trovare tante testimonianze del cardinale Pacelli contro il nazismo” (cit. in Nieves San Martín, L’archivio del cardinale Gomá e la Guerra Civile spagnola, in “Zenit”, 26 aprile 2012).
Era molto che si attendeva l’apertura e la messa a disposizione per gli studiosi dell’archivio del cardinale Gomá, un fondo di varie migliaia di documenti, fra i quali in più di dieci anni i due curatori spagnoli della monumentale opera pubblicata dal CSIC hanno operato una selezione giunta a termine con il tredicesimo volume, di quasi 500 pagine, inerente il solo periodo gennaio-marzo 1939 [cfr. José Andrés Gallego-Antón M. Pazos (a cura di), Archivo Gomá: documentos de la Guerra Civil, Madrid 2010].
Abbondano nella documentazione di Gomá, le testimonianze esplicite della posizione contraria al nazionalsocialismo del cardinale Pacelli. In particolare, assieme al cardinale Giuseppe Pizzardo (1877-1970), allora Sostituto del Segretario di Stato, card. Pietro Gasparri (1852-1934), s’impegnò, appunto attraverso Gomá, per garantire la diffusione, da parte di tutti i vescovi spagnoli, dell’enciclica in lingua tedesca “Mit brennender Sorge” (“Con viva ansia”), del 14 marzo 1937, nel quale Pio XI denunciava l’incompatibilità tra i presupposti razzisti e pagani del nazionalsocialismo ed il cattolicesimo.
La questione, ha commentato Gallego, si presentava allora alquanto delicata: “primo, perché i nazisti erano alleati di Franco, secondo, perché la diffusione dell’enciclica coincise con la decisione di Franco di unire Falange e Requeté [termine spagnolo che designò dapprima i volontari del III battaglione carlista che lottarono a fianco delle truppe di Franco durante la guerra civile spagnola e, poi, esteso a indicare tutti i giovani appartenenti al Partito tradizionalista o carlista] in un solo partito e, poiché molti degli uni e degli altri la accettarono malvolentieri, si temeva che l’enciclica venisse interpretata come un rifiuto della Falange; infine, perché c’erano dei vescovi che pensavano - e lo dissero a Gomá, nella corrispondenza privata - che il tema dell’enciclica non aveva nulla a che fare con la Spagna. È stata ritardata per questo, per scegliere il momento migliore. E furono i gesuiti della rivista Razón y fe che costrinsero Gomá ad accelerare la pubblicazione; gli spiegarono che in Razón y fe venivano pubblicate tutte le encicliche del Papa e che non avrebbero fatto alcuna eccezione” (cit. in N. San Martín, art. cit.).
Tale comportamento della rivista “Razón y Fe” (“Ragione e Fede”), pubblicazione corporativa della Compagnia di Gesù in Spagna, analoga all’italiana “La Civiltà Cattolica” appare, allo stesso tempo, significativo per comprendere l’origine e lo svolgimento degli eventi e, paradigmatico del pensiero del clero iberico dell’epoca. “Razón y Fe”, infatti, durante gli anni 1930 aveva elaborato, come ho documentato in un recente studio (cfr. “Il Clero durante la “guerra civile spagnola”: la rivista ‘Razón y Fe’”, in “Nova Historica. Rivista internazionale di storia”, anno X, n. 38, Roma luglio-settembre 2011, pp. 55-73), un’articolata ed incisiva “risposta” della dottrina cattolica alle teorie ed alle prassi rivoluzionarie che, nella Spagna del tempo, erano incarnate dai socialcomunisti, anarchici e massoni promotori degli atti e delle Istituzioni della seconda Repubblica spagnola (1931-1939) ma, altrove, assumevano il volto neopagano del nazionalsocialismo.
Il fatto che “Razón y Fe”, fondata a Madrid nel 1901 con l’incoraggiamento dell’allora “generale” dei gesuiti padre Luis Martín García S.J., (1846-1906), fu l’unica rivista a diffusione nazionale a pubblicare, sebbene oltre un anno dopo la sua uscita, cioè nel maggio 1938, quella enciclica che, fin dalla sua più corretta traduzione italiana del titolo, “Con viva preoccupazione” (anziché “ansia”), manifestò chiaramente ed ulteriormente l’atteggiamento della Santa Sede di netta disapprovazione riguardo agli eventi ed alle prospettive politiche che, fin dagli anni 1930, si avevano in Germania.
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16 5 / 2012
Quel radiomessaggio di Pio XII che preparava il futuro
Si svolge domani pomeriggio alla Lateranense un convegno dedicato al famoso discorso di Papa Pacelli, di cui ricorre il settantesimo anniversario.
da Vatican Insider (15/05/2012)

I radiomessaggi di Pio XII hanno rappresentato un importante punto di riferimento negli anni della Seconda guerra mondiale. Nei suoi i discorsi, mentre infuriava il conflitto più cruento nel cuore dell’Europa, Papa Pacelli ha indicato alcuni punti fermi per ricostruire dalle macerie una civiltà più giusta. Sicuramente famoso, tra i radiomessaggi del Pontefice è quello del Natale 1942, del quale ricorre quest’anno il settantesimo anniversario.
È dedicato a ricordarne i contenuti e anche l’attualità, il convegno che si tiene domani pomeriggio, alle 15.30 a Roma, nell’aula Paolo VI della Pontificia università Lateranense. Si intitola «Pio XII, la questione antropologica e l’ordine sociale. Ricordando il radiomessaggio del 1942». Dopo il saluto del rettore, il vescovo Enrico dal Covolo, del decano della facoltà di Filosofia, Gianfranco Basti, e l’introduzione dell’avvocato Emilio Artiglieri, presidente del «Comitato Papa Pacelli», si apriranno i lavori, presieduti dal cardinale Fiorenzo Angelini, che conobbe personalmente Pio XII.
Moderati dal Luca De Mata, interverranno la professoressa Dolores Mangione, della Pontificia università della Santa Croce, che parlerà del «rispetto dovuto alla persona umana: attualità dell’insegnamento del radiomessaggio»; il professor Giulio Alfano, della Lateranense, che parlerà dei «presupposti storici della presenza dei cattolici, dal radiomessaggio del 1942 al codice di Camaldoli del luglio 1943». Quindi, dopo il coffe-break, sarà il turno del professor Flavio Felice, della Lateranense, che parlerà di «ordine sociale e bene comune»; dopo di lui il vaticanista Andrea Tornielli si soffermerà sulle parole del Papa contro le persecuzioni razziali.
A conclusione del convegno, si terrà la presentazione del libro di Giulio Alfano «Luigi Gedda, protagonista di un secolo» (edizioni Solfanelli), con la testimonianza del senatore a vita Emilio Colombo.
10 5 / 2012
Politica, moralità e democrazia. La grande attualità dell’insegnamento di Pio XII
di Paolo Deotto, da Riscossa Cristiana (23/04/2012)

“Lo Stato democratico, sia esso monarchico o repubblicano, deve, come qualsiasi altra forma di governo, essere investito del potere di comandare con una autorità vera ed effettiva. Lo stesso ordine assoluto degli esseri e dei fini, che mostra l’uomo come persona autonoma, vale a dire soggetto di doveri e di diritti inviolabili, radice e termine della sua vita sociale, abbraccia anche lo Stato come società necessaria, rivestita dell’autorità, senza la quale non potrebbe né esistere né vivere. Che se gli uomini, prevalendosi della libertà personale, negassero ogni dipendenza da una superiore autorità munita del diritto di coazione, essi scalzerebbero con ciò stesso il fondamento della loro propria dignità e libertà, vale a dire quell’ordine assoluto degli esseri e dei fini.
Stabiliti su questa medesima base, la persona, lo Stato, il pubblico potere, con i loro rispettivi diritti, sono stretti e connessi in tal modo che o stanno o rovinano insieme.
E poiché quell’ordine assoluto, alla luce della sana ragione, e segnatamente della fede cristiana, non può avere altra origine che in un Dio personale, nostro Creatore, consegue che la dignità dell’uomo è la dignità dell’immagine di Dio, la dignità dello Stato è la dignità della comunità morale voluta da Dio, la dignità dell’autorità politica la dignità della sua partecipazione all’autorità di Dio.
Nessuna forma di Stato può non tener conto di questa intima e indissolubile connessione; meno di ogni altra la democrazia. Pertanto, se chi ha il pubblico potere non la vede o più o meno la trascura, scuote nelle sue basi la sua propria autorità. Parimente, se egli non terrà abbastanza in conto questa relazione, e non vedrà nella sua carica la missione di attuare l’ordine voluto da Dio, sorgerà il pericolo che l’egoismo del dominio o degli interessi prevalga sulle esigenze essenziali della morale politica e sociale, e che le vane apparenze di una democrazia di pura forma servano spesso come di maschera a quanto vi è in realtà di meno democratico…”.
Queste parole sono tratte dal “Radiomessaggio di Sua Santità Pio XII ai popoli del mondo intero - Domenica, 24 dicembre 1944” (clicca qui per leggere il testo completo). Era il sesto Natale di guerra, e il Papa si rivolgeva al mondo, facendosi interprete del desiderio di pace e di democrazia dei popoli, ma avvertendo nel contempo, con paterna sollecitudine, la necessità di indicare la via per la quale ci si doveva incamminare per ricostruire la società, sconvolta dalla follia della guerra, e reduce dai totalitarismi.
Le parole di Pio XII risuonano quanto mai attuali: nel disastro generale in cui viviamo, non solo in Italia, ma in tutto quel mondo occidentale, convinto fino a ieri della sua supremazia e potenza, assistiamo a una ricerca di rimedi che non potranno mai essere efficaci, perché basati sulle stesse contraddizioni che ci hanno portato al disastro.
La politica appare nella confusione, e assistiamo allo spettacolo di partiti politici che, privi di un vero progetto, discutono tra loro semplicemente sulle modalità di sopravvivenza, illudendosi (magari in buona fede, ma sempre si tratta di illusione) di salvare la democrazia cambiando i meccanismi elettorali. D’altra parte abbiamo governi (non solo in Italia; elementi come un Monti & soci fanno danni anche in altri Paesi) che, elevando l’economia da strumento a fine, opprimono i popoli con politiche fiscali vessatorie. In tutta questa confusione, senza punti di riferimento veri e solidi, si cerca disperatamente di aggrapparsi a un’etica posticcia, e si costruisce la nuova moralità, che consiste principalmente nel pagare le tasse. A questo punto non è davvero strano che, in assenza di un progetto, con un esecutivo che è preoccupato solo di continuare a difendere i privilegi dei potentati economici (dei quali è, del resto, il rappresentante), con una moralità inesistente, anche la giustizia sia caduta in basso, divenendo strumento di quella che, più che lotta politica, è ormai lotta tesa alla pura e semplice distruzione dell’avversario, divenuto nemico, senza che peraltro si sappia cosa fare di preciso, una volta distrutto il nemico.
Anche tanti politici che pur si definiscono cattolici cadono nell’illusione di poter sopravvivere e gestire ancora una fettina di potere inventandosi alleanze assurde o nuovi partiti, stanca ripetizione sotto nuovo nome di vecchie strutture ammuffite. Basta guardare il caso di Casini, alla ricerca disperata di visibilità, progettare alleanze assurde con un Fini: su quale base comune, con quale progetto? Mistero. Oppure vediamo il PdL illudersi di portare “novità” cavalcando il malcontento sui costi della politica e inventando il partito che vivrà solo di finanziamenti volontari. Se il centro e la destra sono nella confusione, la sinistra non è da meno. Il PD, erede del partito di Gramsci, presieduto da una ex-democristiana (Rosi Bindi), ha per segretario un uomo, Bersani, alla disperata ricerca di un’identità, di sé stesso e del partito, mentre il resto della sinistra si agita o nelle nostalgie di un comunismo bocciato dalla Storia o nella protesta sempre più sterile e priva di qualsiasi proposta.
Il cittadino, smarrito di fronte a tanta confusione, si rifugia in una rabbia, comprensibile ma priva di sbocchi (e ricca purtroppo di pericoli), contro quanti hanno fino a ieri detenuto il potere, sovente abusandone, o contro i nuovi padroni-governanti, che lo detengono oggi, portando alla fame i popoli, dopo averli sfruttati fino in fondo.
Chiediamoci allora: cosa mai poteva venire di buono da una politica che sistematicamente ha voluto allontanarsi dal bene dell’uomo, nella pazzesca illusione di poter mettere da parte Dio? Sopra un’Europa di rovine fumanti e di popolazioni alla fame, cosa faremo? Erigeremo un monumento alle conquistate libertà di divorzio, aborto, matrimonio omosessuale, eutanasia? E poi celebreremo un funerale (laico, si intende) collettivo? E quanti oggi, forti più che mai, accumulano ricchezza su ricchezza, non si rendono conto che condivideranno la stessa rovina?
Leggiamo ancora le parole di Pio XII: “Una sana democrazia, fondata sugl’immutabili principi della legge naturale e delle verità rivelate, sarà risolutamente contraria a quella corruzione, che attribuisce alla legislazione dello Stato un potere senza freni né limiti, e che fa anche del regime democratico, nonostante le contrarie ma vane apparenze, un puro e semplice sistema di assolutismo.
L’assolutismo di Stato (da non confondersi, in quanto tale, con la monarchia assoluta, di cui qui non si tratta) consiste infatti nell’erroneo principio che l’autorità dello Stato è illimitata, e che di fronte ad essa — anche quando dà libero corso alle sue mire dispotiche, oltrepassando i confini del bene e del male, — non è ammesso alcun appello ad una legge superiore e moralmente obbligante.
Un uomo compreso da rette idee intorno allo Stato e all’autorità e al potere di cui è rivestito, in quanto custode dell’ordine sociale, non penserà mai di offendere la maestà della legge positiva nell’ambito della sua naturale competenza. Ma questa maestà del diritto positivo umano allora soltanto è inappellabile, se si conforma — o almeno non si oppone — all’ordine assoluto, stabilito dal Creatore e messo in una nuova luce dalla rivelazione del Vangelo. Essa non può sussistere, se non in quanto rispetta il fondamento, sul quale si appoggia la persona umana, non meno che lo Stato e il pubblico potere. È questo il criterio fondamentale di ogni sana forma di governo, compresa la democrazia; criterio col quale deve essere giudicato il valore morale di ogni legge particolare”.
Ci sembra che questa citazione sia sufficiente per avere un’indicazione illuminante sul corretto significato di termini quali “democrazia” e “autorità”, e conseguentemente anche sulla vera legittimazione all’esercizio del potere, e sull’obbligo per il cittadino di obbedire alle leggi e alle disposizioni dello Stato.
È quindi inevitabile la conclusione: ogni “riforma” dello Stato, ogni atto politico che prescinda da queste indicazioni non sarà che la premessa per nuovi disastri, mentre le chiare parole di Pio XII indicano la strada maestra da percorrere per ricostruire la società, ormai distrutta, senza passare attraverso eventi luttuosi e rivolgimenti sanguinosi.
Ne saremo capaci? Sapremo ritrovare la parola di Dio come unica guida della nostra vita, privata e sociale? Probabilmente no, l’abitudine al male è troppo radicata e ha contagiato molti. Ma se lo chiederemo al Signore, se pregheremo per questo, allora potremo ancora sperare.
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16 4 / 2012
Pio XII contro Hitler e Mussolini
In difesa di un Pontefice erroneamente equivocato.
di Mattia Ferrari, da UCCR (14/04/2012)

Se si dovesse redarre una classifica dei papi più calunniati della storia il primo posto spetterebbe indubbiamente a Pio XII. Nonostante, l’ingente mole di documenti e testimonianze che affermano l’ostilità di questo papa verso le dittature nazifasciste e il suo aiuto a tutte le vittime dei totalitarismi, viene ancora descritto come indifferente di fronte alla tragedia dell’olocausto e, da taluni, persino complice del nazismo (come fa, ad esempio, Marco Aurelio Rivelli nel suo libro Dio è con noi. La Chiesa di Pio XII complice del nazifascismo). I motivi di questa accusa si basano quasi esclusivamente sul fatto che durante la guerra, il pontefice non denunciò pubblicamente il genocidio ebraico e così facendo si ignorano o si dimenticano le azioni effettivamente svolte sotto il suo pontificato.
Che Pio XII non potesse essere filonazista lo sì può dedurre dal semplice fatto che era in contatto con la resistenza tedesca e lui stesso fece da tramite tra loro e gli inglesi per appoggiare un complotto avente l’obbiettivo di spodestare Hitler, ma questo naufragò per via delle diffidenze inglesi (M. Hesemann, Contro la Chiesa, Milano 2009 p. 306). Vi furono altre azioni contro il nazismo: il Vaticano, ad esempio, avvisò il Belgio e l’Olanda dell’imminente attacco a sorpresa tedesco nel tentativo (non riuscito) di fermare l’invasione e fu anche preventivamente informato dell’Operazione Valchiria (A. Tornielli, Pio XII: un uomo sul trono di Pietro, nota 67 p. 606).
Per contro, Hitler considerò il pontefice un suo “nemico personale” e durante la guerra si ebbero delle notizie che affermavano che il dittatore tedesco avesse in mente di deportare il Papa. Gli storici sono divisi sul fatto se tale piano esistesse davvero o fosse solo una voce di propaganda, ma alcuni elementi possono indurre a pensare che il dittatore sarebbe stato in grado d’effettuare un piano simile. Si sa, infatti, che il Fhurer considerava Pio XII uno dei responsabili della caduta di Mussolini e nell’invadere l’Italia era intenzionato inizialmente a invadere anche il Vaticano e dichiarò ai suoi generali: «Io entro subito in Vaticano! Credete che il Vaticano mi preoccupi? Quello è subito preso: là dentro vi è tutto il corpo diplomatico. Non me ne importa nulla. La canaglia è là e noi tiriamo fuori tutto quel branco di porci». Il timore del Pacelli di essere rapito fu autentico e simile paura si era manifestata già dal 1941, ben due anni prima dell’occupazione dell’Italia! (R. Grahaman, Voleva Hitler allontanare da Roma Pio XII?).
Pio XII intervenne anche contro il fascismo. Non erano mancati, negli anni precedenti, accordi tra Mussolini e la Chiesa, ma l’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista con l’introduzione delle legge razziali e l’entrata in guerra in fianco all’alleato tedesco, avevano gelato i rapporti. Del resto, Mussolini rimase sempre anticlericale sia per via del suo passato socialista mai del tutto sopito, sia perché intuiva che il Vaticano sarebbe stato un ostacolo al suo potere assoluto e spesso si rammaricava di non aver estirpato il papato che considerava il “cancro dell’Italia” (G. Zagheni, La croce e il fascio, Torino 2006 p. 260). Nel 1942 la principessa Maria José di Savoia decise d’agire per destituire Mussolini e far uscire l’Italia dalla guerra, ma per farlo occorreva saggiare la disponibilità degli alleati. Intuiva che il coinvolgimento del Vaticano sarebbe stato utile per poter far da tramite e per questo incontrò segretamente Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI) e gli espose i suoi piani. «Riferirò», rispose il prelato e informò Pio XII del colloquio chiedendogli di poter continuare i contatti. Non si conoscono le parole del Pontefice, ma si sa per certo che diede parere positivo perché Montini e la principessa si videro ancora e il prelato informò dall’interno del Vaticano che l’inviato speciale di Roosvelt presso Pio XII, Myron Taylor, aveva assicurato che l’America avrebbe visto con favore l’uscita dell’Italia dal conflitto. Tuttavia, il re Vittorio Emaneuele III, spiccatamente anticlericale, informato del complotto mise il veto ai rapporti con la Santa Sede: «Niente preti» ordinò, e successivamente provvide a “esiliare” Maria José nell’eremo di Sant’Anna (S. Bertoldi. Umberto e Maria Josè di Savoia, Milano 1999 pp. 123-129). La diffidenza del Vaticano si manifestò anche durante la Repubblica di Salò attraverso alcuni atti concreti (rifiuto di riconoscere il nuovo stato, aiuto agli antifascisti, sostegno ai vescovi in contrasto con il regime, ecc.) tanto che Mussolini giunse ad incoraggiare un gruppo di sacerdoti scomunicati che minacciava uno scisma, e a pensare di rivedere il concordato per ridurre il potere della Chiesa nella società. (D. Mack Smith, Mussolini, Milano 1999 p. 499).
Riguardo all’Olocausto, basterebbe considerare il fatto che la Chiesa Cattolica salvò centinaia di migliaia di ebrei senza contare tutti gli interventi diplomatici volti a fermare la persecuzione (riuscendoci in qualche caso): il maresciallo Horty, ad esempio, interruppe le deportazioni nel 1944 facendo presente ai tedeschi d’aver ricevuto proteste dal re di Svezia, dalla Croce Rossa e dal papa Pio XII (M. Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, Milano 2003 p. 634). Del resto, è indubitabile che una pubblica protesta avrebbe scatenato una feroce rappresaglia da parte di Hitler, impedendo ai preti e alle religiose che aiutarono gli ebrei di poter compiere la loro opera. Nonostante tutti questi fatti e nonostante siano stati scritti molti libri per confutare le false accuse sul papa, i pregiudizi su Pio XII rimangono. Ma del resto, come disse l’arcivescovo Alojzije Stepinac (anche lui fortemente calunniato): «Nella mente di certe persone, la Chiesa Cattolica è colpevole di tutto».
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28 3 / 2012
Cristianesimo Cattolico: Finita la guerra Hitler avrebbe distrutto la Chiesa cattolica
Il Concordato con la Germania cercò di proteggere i cattolici, ma fin da subito venne violato.
di Mattia Ferrari, da UCCR (28/03/2012)Chi sostiene che ai tempi del nazismo la Chiesa fosse complice di Hitler si scontra con l’opinione della maggior parte degli storici dell’Olocausto,…
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