“Pio XII amava concretamente e non a parole, tutti gli esseri umani soprattutto quelli che soffrivano. Questo amore lo spingeva a voler soffrire come loro, ad imporsi le stesse privazioni cui erano costretti. Durante la guerra sapeva che molti uomini soffrivano la fame, ed egli si privava del cibo che avrebbe potuto avere in abbondanza. Quando cominciarono i bombardamenti, molta gente restò senza casa e fu costretta a affrontare i rigori del freddo senza riscaldamento, con pochi vestiti in condizioni di grave indigenza. Pensando a quelle famiglie, Pio XII, durante la guerra, non volle che il suo appartamento fosse riscaldato. Aveva le mani e i piedi gonfi, pieni di geloni. Faticava a scrivere a macchina, a tenere la penna in mano, non stava bene di salute, ma non volle il riscaldamento. Quando in Italia cominciò a scarseggiare lo zucchero e il caffè, mio zio smise di prendere caffè e fino al termine della guerra non bevette più una sola tazzina di caffè. Le scorte di zucchero e di caffè che c’erano in Vaticano e quelle che arrivavano, le mandava agli ospedali della città per gli ammalati.

In pubblico mio zio voleva sempre apparire perfetto, impeccabile. Rappresentava la Chiesa, sentiva in modo elevatissimo il senso di questa suprema dignità. Il suo comportamento e i suoi abiti, esteriormente, erano impeccabili come quelli di un sovrano. Ma in realtà egli era poverissimo. Dopo la sua morte, scoprimmo che il suo corredo di biancheria era misero: aveva soltanto tre camicie, logore e rattoppate, alle quali cambiava spesso i polsini inamidati perché, quelli, si vedevano. Aveva due o tre paia di scarpe che faceva continuamente aggiustare e risuolare. Durante gli anni della guerra diede ai poveri tutto quello che aveva, tutto il denaro che riceveva. Quando morì, non lasciò niente a nessuno, perché non aveva niente. Come tutti hanno potuto constatare osservando le fotografie pubblicate dopo la sua morte, dormiva in una camera disadorna, su una branda di ferro.”

Tratto dalla testimonianza di una nipote di Papa Pio XII.

(Fonte: unafides33.blogspot.it)

Il nostro Delegato per la Spagna ed il Portogallo  Francisco Acedo Fernandez Pereira, sodale della Pontificia Accademia del Culto dei Martiri e membro del Comitato Papa Pacelli, al quale Comitato il nostro Movimento ha dato la sua adesione, invita i nostri iscritti e simpatizzanti a partecipare, in occasione del LXIX Anniversario della Liberazione di Roma, alla Santa Messa solenne che sarà celebrata da Sua Em.za Rev.ma il Signor Cardinale Salvatore De Giorgi, in ricordo del Venerabile Pio XII, Vescovo di Roma e Defensor Civitatis, che sarà celebrata martedì 4 giugno 2013, alle ore 17.00, nella Chiesa Nuova – Santa Maria in Vallicella, Via del Governo Vecchio (Corso Vittorio Emanuele). Sarà presente il coro della Diocesi di Roma, diretto dal M.o Marco Frisina.

(Fonte: crocereale.net)

di Andrea Galli (10/05/2013)

Il dibattito sulla figura di Pio XII è vivo non solo da noi, ma anche oltre Atlantico. Lo dimostra una biografia poderosa scritta da uno storico canadese, Robert Ventresca, docente al King’s College, Università dell’Ontario occidentale, e appena pubblicata da una delle più prestigiose case editrici accademiche, la Harvard University Press, con il titolo di Soldier of Christ. The Life of Pope Pius XII («Soldato di Cristo. La vita di papa Pio XII»).

Professor Ventresca, da dove viene il suo interesse per Pio XII?

Ho incontrato Pio XII durante le ricerche per il dottorato, che poi è diventato il mio primo libro sulla transizione italiana dal fascismo alla repubblica. Però l’idea di scrivere una biografia è maturata per un misto di curiosità e frustrazione. Curiosità per l’interesse speciale che questa figura suscita sia tra gli studiosi che nel grande pubblico. Frustrazione perché dell’uomo Pacelli, della sua formazione, visione del mondo, vocazione, del suo ministero come sacerdote prima e come diplomatico poi, si sa troppo poco. 

Quali sono i documenti che l’hanno colpita nella sua ricerca?

Tra i tanti, la corrispondenza tra Pacelli come Segretario di Stato e i rappresentanti del regime hitleriano nella seconda metà degli anni ’30. Colpiscono soprattutto la forza e la chiarezza con cui Pacelli criticava il governo tedesco, tramite canali diplomatici privati, per le varie e ripetute violazioni del concordato del 1933. Pacelli aveva capito fin troppo bene quant’era difficile trattare con Hitler e quanto si dovesse lottare per tutelare gli interessi spirituali e materiali della Chiesa. Non voleva uno scontro frontale, che poteva portare la Santa Sede verso una rottura dei rapporti diplomatici con la Germania. Aveva timore delle sue ricadute. Dalle fonti emerge anche la sua tenacia, nella convinzione che trattare quasi ad ogni costo fosse il male minore. 

In questa visione c’era una divergenza tra lui e Pio XI?

C’era una dialettica. Penso a uno scambio di opinioni tra lui e Pio XI intorno al 1937-’38, in seguito all’enciclica Mit Brennender Sorge, con papa Ratti che in sostanza si chiedeva se non fosse scandaloso che la Santa Sede avesse rapporti con regimi come quello hitleriano o mussoliniano e Pacelli che faceva presente quello che sarebbe successo in caso di rottura. Ma in fondo entrambi condividevano un atteggiamento di prudenza e di realismo.

Quanto Pacelli, una volta diventato Pio XII, fu colpito da ciò che accadde ai vescovi olandesi, quando la loro lettera pastorale del luglio 1942 sulla deportazione degli ebrei provocò una durissima rappresaglia nazista?

Sicuramente molto, ma non solo dal caso olandese. Ricordo uno scambio piuttosto lungo e dettagliato con il vescovo di Berlino, von Preysing, in cui Pacelli citò vari episodi di rappresaglie dei tedeschi, per dire che non sempre il parlare apertamente poteva essere la scelta giusta.

Qual è la differenza tra Italia/Europa e il mondo nord americano nella percezione della figura di Pio XII?

A livello di opinione pubblica, sia negli Usa che in Canada la figura di Pio XII è collegata ai vecchi dibattiti sul cosiddetto “silenzio” di fronte alla Shoah. Con una visione manichea: il “Papa di Hitler” oppure un Papa meritevole di essere annoverato tra i Giusti della nazioni. Tra gli studiosi direi che l’approccio polemico e partigiano è in via di superamento. Prevale però ancora la tendenza a giudicare il pontificato esclusivamente in riferimento alla seconda guerra mondiale.

In quante strumentalizzazioni della figura di Pacelli si è imbattuto nei suoi studi?

Tante e di ogni tipo, da destra e da sinistra. Nel libro cerco di dimostrare che nacquero già all’interno della Chiesa, in base a diverse visioni del papato. Penso all’idea di un Pacelli antitetico al Vaticano II, che è falso, essendo stato il suo magistero uno dei pilastri su cui si è sviluppato il Concilio. Oppure l’idea di Pacelli “aristocratico”, schivo, che non si faceva vedere… Si faceva vedere fin troppo per i tempi e ha parlato ed è intervenuto su una enormità di temi. 

C’è qualcosa che l’ha affascinata in Pacelli?

Il suo essere stato timoniere della Chiesa, con abilità ed equilibrio, in mezzo ai marosi della seconda guerra mondiale prima e della guerra fredda poi. Con una grande capacità di calibrare la sua azione di Pontefice, sia che si rivolgesse alla Chiesa all’Europa dell’est o quella negli Usa. È apparso a tanti fedeli come una figura forte, rassicurante soprattutto in momenti drammatici e pericolosi. Aveva la coscienza di essere a capo di una Chiesa universale. Poi il suo tratto umano, che non corrisponde allo stereotipo di una figura quasi timorosa del mondo. Al contrario era fiducioso, ottimista, come se avesse la consapevolezza che la Chiesa aveva una risposta da dare alle istanze del mondo moderno. Fu tra l’altro il primo a capire l’importanza dei mass media.

È emerso qualcosa su un suo supposto antigiudaismo?

Dai documenti non risulta nulla per giustificare lo stereotipo di Pacelli come antisemita. In generale si può dire che non vedeva la questione degli ebrei come una priorità della Chiesa. In questo senso era figlio dell’epoca sua, ma non certo antisemita. Per quanto riguarda il suo “silenzio” sulla deportazione degli ebrei, oggi possiamo dire che prevalse la scelta della via media della diplomazia. È vero che in Germania e in Polonia c’erano vescovi che avrebbero voluto un atteggiamento meno diplomatico, ma il tutto va sempre inquadrato nella ricerca del male minore a cui ho accennato.

(Fonte: avvenire.it)

Pio XII secondo lo storico canadese Robert Ventresca, tra gli studiosi la leggenda nera è in via di superamento.

Andrea Galli

Il dibattito sulla figura di Pio XII è vivo non solo da noi ma anche oltre Atlantico. Lo dimostra una biografia poderosa scritta da uno storico canadese, Robert Ventresca, docente al King’s College, università dell’Ontario occidentale, e appena pubblicata da una delle più prestigiose case editrici accademiche, la Harvard University Press, con il titolo di Soldier of Christ. The Life of Pope Pius XII (“Soldato di Cristo. La vita di Papa Pio XII”).

Professor Ventresca, da dove viene il suo interesse per Pio XII?

Ho incontrato Pio XII durante le ricerche per il dottorato, che poi è diventato il mio primo libro sulla transizione italiana dal fascismo alla repubblica. Però l’idea di scrivere una biografia è maturata per un misto di curiosità e frustrazione. Curiosità per l’interesse speciale che questa figura suscita sia tra gli studiosi che nel grande pubblico. Frustrazione perché dell’uomo Pacelli, della sua formazione, visione del mondo, vocazione, del suo ministero come sacerdote prima e come diplomatico poi, si sa troppo poco.

Quali sono i documenti che l’hanno colpita nella sua ricerca?

Tra i tanti, la corrispondenza tra Pacelli come segretario di Stato e i rappresentanti del regime hitleriano nella seconda metà degli anni Trenta. Colpiscono soprattutto la forza e la chiarezza con cui Pacelli criticava il Governo tedesco, tramite canali diplomatici privati, per le varie e ripetute violazioni del concordato del 1933. Pacelli aveva capito fin troppo bene quant’era difficile trattare con Hitler e quanto si dovesse lottare per tutelare interessi spirituali e materiali della Chiesa. Non voleva uno scontro frontale, che poteva portare la Santa Sede verso una rottura dei rapporti diplomatici con la Germania. Aveva timore delle sue ricadute. Dalle fonti emerge anche la sua tenacia, nella convinzione che trattare quasi a ogni costo fosse il male minore.

In questa visione c’era una divergenza tra lui e Pio XI?

C’era una dialettica. Penso a uno scambio di opinioni tra lui e Pio XI intorno al 1937-1938, in seguito all’enciclica Mit Brennender Sorge, con Papa Ratti che in sostanza si chiedeva se non fosse scandaloso che la Santa Sede avesse rapporti con regimi come quello hitleriano o mussoliniano e Pacelli che faceva presente quello che sarebbe successo in caso di rottura. Ma in fondo entrambi condividevano un atteggiamento di prudenza e di realismo.

Quanto Pacelli, una volta diventato Pio XII, fu colpito da ciò che accadde ai vescovi olandesi, quando la loro lettera pastorale del luglio 1942 sulla deportazione degli ebrei provocò una durissima rappresaglia nazista?

Sicuramente molto, ma non solo dal caso olandese. Ricordo uno scambio piuttosto lungo e dettagliato con il vescovo di Berlino, von Preysing, in cui Pacelli citò vari episodi di rappresaglie dei tedeschi, per dire che non sempre il parlare apertamente poteva essere la scelta giusta.

Qual è la differenza tra Italia/Europa e il mondo nord americano nella percezione della figura di Pio XII?

A livello di opinione pubblica, sia negli Usa che in Canada la figura di Pio XII è collegata ai vecchi dibattiti sul cosiddetto “silenzio” di fronte alla Shoah. Con una visione manichea: il “Papa di Hitler” oppure un Papa meritevole di essere annoverato tra i Giusti delle nazioni. Tra gli studiosi direi che l’approccio polemico e partigiano è in via di superamento. Prevale però ancora la tendenza a giudicare il pontificato esclusivamente in riferimento alla seconda guerra mondiale.

In quante strumentalizzazioni della figura di Pacelli si è imbattuto nei suoi studi?

Tante e di ogni tipo, da destra e da sinistra. Nel libro cerco di dimostrare che nacquero già all’interno della Chiesa, in base a diverse visioni del papato. Penso all’idea di un Pacelli antitetico al Vaticano II, che è falso, essendo stato il suo magistero uno dei pilastri su cui si è sviluppato il concilio. Oppure l’idea di Pacelli “aristocratico”, schivo, che non si faceva vedere… Si faceva vedere fin troppo per i tempi e ha parlato ed è intervenuto su una enormità di temi.

C’è qualcosa che l’ha affascinata in Pacelli?

Il suo essere stato timoniere della Chiesa, con abilità ed equilibrio, in mezzo ai marosi della seconda guerra mondiale prima e della guerra fredda poi. Con una grande capacità di calibrare la sua azione di Pontefice, sia che si rivolgesse alla Chiesa dell’Europa dell’est o a quella negli Usa. È apparso a tanti fedeli come una figura forte, rassicurante soprattutto in momenti drammatici e pericolosi. Aveva la coscienza di essere a capo di una Chiesa universale. Poi il suo tratto umano, che non corrisponde allo stereotipo di una figura quasi timorosa del mondo. Al contrario era fiducioso, ottimista, come se avesse la consapevolezza che la Chiesa aveva una risposta da dare alle istanze del mondo moderno. Fu tra l’altro il primo a capire l’importanza dei mass media.

È emerso qualcosa su un suo supposto antigiudaismo?

Dai documenti non risulta nulla per giustificare lo stereotipo di Pacelli come antisemita. In generale si può dire che non vedeva la questione degli ebrei come una priorità della Chiesa. In questo senso era figlio dell’epoca sua, ma non certo antisemita. Per quanto riguarda il suo “silenzio” sulla deportazione degli ebrei, oggi possiamo dire che prevalse la scelta della via media della diplomazia. È vero che in Germania e in Polonia c’erano vescovi che avrebbero voluto un atteggiamento meno diplomatico, ma il tutto va sempre inquadrato nella ricerca del male minore a cui ho accennato.

©L’Osservatore Romano (10-11 maggio 2013)

Maggio 1952: il Papa incoraggia un patto politico dei cattolici intorno a un programma. Si tratta di difendere la Roma cristiana. Alcide De Gasperi si oppone. Perché vuole un partito laico e aconfessionale, e lavora per l’apertura a sinistra. Ottaviani sta con Pio XII, Montini con De Gasperi.

di Roberto De Mattei (Il Timone, 11/2012)

Tra le molteplici cause del processo di secolarizzazione della società italiana, non va dimenticato il fallimento della cosiddetta “operazione Sturzo”, concepita sessant’anni fa da Luigi Gedda, con l’avallo di Pio XII. 

La guerra si era appena conclusa e Pio XII proponeva un progetto di restaurazione della società cristiana sulla stessa linea del programma di san Pio X: “tutto restaurare e riordinare in Cristo”. Papa Pacelli voleva realizzare l’unità dei cattolici non attorno ad un partito, ma a un programma, come era accaduto nelle elezioni del 1913, con il Patto Gentiloni approvato da san Pio X. Luigi Gedda, l’artefice della schiacciante vittoria elettorale del 18 aprile 1948, sembrava l’uomo più adatto a realizzare il piano del Pontefice. Il primo banco di prova sarebbero state le elezioni amministrative del maggio 1952, che precedevano di un anno quelle politiche. Il 22 gennaio di quell’anno Luigi Gedda veniva nominato presidente dell’Azione Cattolica, cumulando questa carica con quella di presidente dei Comitati Civici. Il 10 febbraio, Pio XII lanciava al popolo romano un “grido di risveglio”, mirabilmente sintetizzato in queste parole: «È tempo di scuotere il funesto letargo, è tempo di ripetere con l’Apostolo: hora iam nos de somno surgere. È tutto un mondo che occorre rifare dalle fondamenta, che bisogna trasformare da selvatico in umano, e da umano in divino, vale a dire secondo il cuore di Dio». Pio XII intendeva promuovere un rinnovamento cristiano del mondo a partire da Roma e intendeva affidare a Luigi Gedda questo compito. 

Pio XII e Gedda incontrarono però l’opposizione di Alcide De Gasperi, creatore, tra il 1943 e il 1946, della Democrazia Cristiana, che si presentava quale erede dal Partito Popolare Italiano fondato nel 1919 da don Luigi Sturzo, e si richiamava, oltre che allo stesso Sturzo, a don Romolo Murri, fondatore in Italia del modernismo politico e scomunicato da san Pio X nel 1909. De Gasperi e i suoi compagni, influenzati anche dal pensiero di Jacques Maritain (che era stato ambasciatore di Francia presso la Santa Sede dal 1944 al 1948), propugnavano uno Stato e quindi un partito laico e aconfessionale, e credevano nella necessità di un accordo con i partiti di sinistra, nella convinzione che in questa direzione irreversibile volgesse ormai la storia. Fin dal 1946 un avvocato romano, Carlo Francesco D’Agostino, aveva presentato al Sant’Uffizio una denuncia contro gli errori dottrinali della Democrazia Cristiana. Lo stesso D’Agostino, agli inizi degli anni Cinquanta, aveva rinnovato la sua denuncia con una lettera aperta dal titolo La illusione democristiana. 

Il mondo cattolico era però diviso. Tra i collaboratori di Pio XII, alcuni, come il cardinale Ottaviani, condividevano le riserve del Pontefice verso la Democrazia Cristiana, altri, come il Sostituto Segretario di Stato per gli Affari Straordinari Giovanni Battista Montini, erano convinti sostenitori dell’unità dei cattolici attorno a De Gasperi. 

Nonostante le elezioni del 18 aprile avessero dato alla DC la maggioranza assoluta, permettendole di governare da sola senza le sinistre, De Gasperi, dal maggio1948, aveva associato al suo Governo anche i socialdemocratici del PSLI e i repubblicani, con l’opposizione della sinistra socialcomunista e delle destre, rappresentate dal Partito Nazionale Monarchico (PNM) di Achille Lauro e dal Movimento Sociale Italiano (MSI) di Augusto de Marsanich. Il problema che ora si apriva era quello della città di Roma dove, senza un accordo con il MSI e il PNM, la Democrazia cristiana rischiava di regalare il Campidoglio al “Blocco del Popolo” delle sinistre, guidato dall’ex presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Con l’incoraggiamento di Pio XII, Gedda si fece allora promotore di una lista civica, aperta al sostegno di tutti gli anticomunisti, compresi i monarchici e i missini. La lista sarebbe stata capeggiata dall’anziano, ma rappresentativo, don Luigi Sturzo, divenuto critico nei confronti della politica di De Gasperi. Dietro le quinte si muoveva uno dei principali ideatori del progetto, il vescovo Roberto Ronca, esponente di punta del “partito romano”, fedele a Pio XII. Quella che fu detta “l’operazione Sturzo” fu però pesantemente contrastata da Alcide De Gasperi e da Carlo Carretto, presidente dei Giovani di Azione Cattolica, sensibile, come molti giovani democristiani, all’influenza di Giuseppe Dossetti. Nelle sue Memorie (Mondadori, Milano 1998), Gedda ha scritto che «la divergenza di fondo con i democristiani dipendeva dalla loro convinzione che il comunismo avrebbe ineluttabilmente conquistato il potere e che il problema dunque era quello di cercare fin da subito forme di coesistenza con il futuro vincitore». 

Il 22 aprile fu annunciato l’appello che don Sturzo lanciava a tutti i partiti per la «formazione di una lista amministrativa composta da persone competenti e al di fuori di ogni colorazione politica, sulla quale potessero convergere i voti di quanti si preoccupano di salvaguardare il carattere unico e specialissimo di Roma, capitale d’Italia e sede del Papato». Il giorno successivo però don Sturzo, in seguito alle forti resistenze di parte della DC e del mondo cattolico, fu costretto a rinunciare alla sua lista e l’operazione naufragò.

Era la sconfitta di Gedda, ma anche quella di De Gasperi. Le elezioni videro infatti il successo delle destre, che conquistarono molte città del Sud, a cominciare da Napoli. Per impedire che le destre divenissero determinanti nella successiva legislatura, De Gasperi ideò allora un mutamento della legge elettorale, in modo da attribuire il 65% dei seggi della Camera alla lista che avesse ottenuto più del 50% dei voti. Ribattezzata “legge truffa” e combattuta sia dalla destra che dalla sinistra, la legge maggioritaria fu promulgata il 31 marzo 1953. Tuttavia, nelle elezioni del 7 giugno dello stesso anno, la DC e i partiti di centro raggiunsero il 49,7%, mancando per 54.000 voti la maggioranza assoluta. La Dc perse molti consensi, mentre aumentarono il Partito Nazionale Monarchico (PNM) (da 14 a 40 deputati) e il Movimento Sociale Italiano (MSI) (da 6 a 28). De Gasperi cercò di costituire il suo ottavo ministero, il 28 luglio 1953, ma non ottenne la fiducia in parlamento. Tre giorni dopo, la “legge truffa” fu abrogata. 

Nel gennaio 1954, lo scrittore Giovannino Guareschi pubblicò sul giornale “Il Candido”, da lui diretto, la copia di due lettere autografe di De Gasperi in cui il futuro leader DC chiedeva agli inglesi, nel 1944, di bombardare la periferia di Roma. De Gasperi denunciò per diffamazione Guareschi, che venne condannato a tredici mesi di carcere e non presentò appello contro la sentenza, ma scontò tutta la sua pena in galera. La storiografia non ha ancora pronunciato una parola definitiva sull’autenticità di quei documenti, ma libri come quelli di Ubaldo Giuliani Balestrino (Il Carteggio Churchill-Mussolini alla luce del processo Guareschi, Settimo Sigillo, 2010) sollevano pesanti interrogativi nei confronti dell’uomo politico trentino, di cui è in corso la causa di beatificazione. 

Le riserve di Pio XII nei confronti di De Gasperi e della nascente Democrazia Cristiana sono peraltro storicamente documentate. L’esito dell’“operazione Sturzo” contribuì a fare definitivamente svanire la fiducia del Papa in De Gasperi, giudicato dal Pontefice non più capace di resistere alla avanzata del comunismo. Nel giugno 1952, a poche settimane da questo episodio, il Papa rifiutò di ricevere De Gasperi in udienza, in occasione del suo trentesimo di matrimonio e della professione perpetua della figlia suor Lucia. Maria Romana Catti De Gasperi ha raccontato l’amarezza che tale rifiuto provocò al padre, il quale dichiarò all’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede che se come cristiano accettava l’umiliazione, come presidente del consiglio protestava e chiedeva spiegazioni.

Pio XII fu poi irritato dal discorso pronunziato da De Gasperi il 20 marzo 1954 al Consiglio Nazionale della DC, in cui egli ribadiva che la DC non era «un partito confessionale, emanazione dell’autorità ecclesiastica», e ricordava la sua costante sollecitudine di associare al governo forze di altra ispirazione, unico mezzo per consolidare la nascente democrazia italiana, e criticava i Comitati Civici, che, «per quanto benemeriti per la loro efficace opera di mobilitazione, non hanno mai preteso a funzioni di rappresentanza e responsabilità politica ». Pio XII ordinò alla “Civiltà Cattolica” di scrivere un articolo contro De Gasperi, precisando quella che a suo avviso era la vera dottrina della Chiesa. Nello stesso periodo diminuì anche l’influenza all’interno del Vaticano di mons. Giovanni Battista Montini, che fece ogni sforzo per far recedere Pio XII dalla decisione di non ricevere De Gasperi. Nel novembre 1954 mons. Montini fu allontanato dalla Curia con la nomina ad arcivescovo di Milano, senza però essere creato cardinale da Pio XII. Alcide De Gasperi era morto il 19 agosto 1954. Sturzo, che nel novembre del 1953 era stato fatto senatore a vita dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi, scomparve l’8 agosto 1959. Ma fu solo la fine di Pio XII, il 9 ottobre del 1958, a chiudere l’epoca storica, a cui solo Luigi Gedda sopravvisse in silenzio, tornando a Dio il 26 settembre 2000. 

Oggi si può dire che il fallimento dell’operazione Sturzo, ricordato sempre con amarezza da Luigi Gedda, aprì la strada verso il centro-sinistra e il compromesso storico. Un percorso in cui gli eredi di De Gasperi non “tradirono” l’uomo politico trentino, come spesso si crede, ma ne continuarono con coerenza la politica di “secolarizzazione” della società.

di Piero Vassallo (06/04/2013)

Concepito per distrarre il pubblico dalla curiosità sugli orrendi crimini consumati da Stalin e dal buon Kruscev,” la commedia Il Vicario” fu messa in scena dall’abile regista Erwin Piscator “un notorio comunista addestrato a Mosca, il quale … non ebbe alcun scrupolo a usare metodi non solo astorici ma palesemente antistorici e volutamente calunniosi” (Cfr. Pier Luigi Guiducci, Il Terzo Reich contro Pio XII, San Paolo Cinisello Balsamo, 2013, pag. 8).

Il rumore delle grancasse al servizio della disinformazione e della censura moscovita mise in dubbio le verità, fino ad allora pacificamente condivise, sul generoso soccorso prestato da Pio XII agli ebrei perseguitati dai nazisti.

L’astuzia e la bravura dei propagandisti sovietici e gli applausi scroscianti nella galleria degli utili idioti persuasero e ipnotizzarono le coscienze degli spettatori intelligenti e convinsero perfino numerosi storici di professione.

Finalmente la fragilità degli argomenti, dimostrata da Guiducci, interrompe il successo della mistificazione anticattolica e ristabilisce la verità storica.

Guiducci dimostra, ad esempio, che in America gli autori dei più forsennati attacchi alla memoria di Pio XII “hanno ammesso [a Guiducci] di non essere capaci di leggere pubblicazioni in lingua tedesca e italiana. Ciò significa che non hanno usato e non potevano usare le fonti che in questo campo sono di un’importanza essenziale e addirittura decisiva”.

Inoltre tali autori “non hanno mai capito ciò che in regimi di totale dittatura era fattibile o non lo era” e con ciò hanno ignorato o addirittura capovolto il fondamentale principio ad impossibilia nemo tenetur.

La diffusione delle calunnie contro Pio XII non fu arrestata neppure dall’intervento di ottocento rabbini statunitensi e canadesi “i quali disapprovarono radicalmente i passi compiuti da ebrei liberali. Al contrario loro, gli ebrei ortodossi erano grati a Pio XII che come essi ben sapevano aveva salvato la vita di numerosissimi di loro”.

La caduta del regime comunista offre la possibilità di consultare gli archivi segreti e le collezioni dei giornali nazisti, documenti sequestrati dai russi alla fine della II guerra mondiale e nascosti con poliziesca cura ai curiosi e ai sospettosi, dunque consente di completare il lavoro degli storici cattolici, da tempo faticosamente impegnati a smentire le leggende nere intorno alla complicità della Santa Sede con la Germania hitleriana.

Risultato di una paziente esplorazione dei documenti secretati dalla burocrazia sovietica, il magnifico saggio Guiducci conclude felicemente il lavoro avviato dagli storici nel 1962, quando sui palcoscenici progressisti era rappresentato Il Vicario di Rolf Hochhuth, un dramma che diffamava il pontificato di Pio XII.

Merito di Guiducci è la dimostrazione  della  consapevolezza di Pio XII sull’incompatibilità di  cattolicesimo e nazismo.

Formato intellettualmente dai pregiudizi diffusi dal giornalismo d’indirizzo laicista e/o neopagano, Hitler, infatti, non nascondeva la perfetta (ancorché inconscia) sintonia con le filosofie di Spinoza e di Hegel, affermando che per il popolo tedesco “è decisivo professare la fede cristiano-ebraica con la sua rammollita morale di pietà o professare una fede forte, eroica in un Dio nella natura, un Dio nel proprio popolo, un Dio nel proprio destino, nel proprio sangue. … Non vogliamo gente che volga lo sguardo all’Aldilà. Vogliamo gente libera che sappia e senta di avere Dio in sé”.

Gli intellettuali nazisti professavano una contorta e ipocrita fedeltà nei miti del Cristianesimo positivo, i cui punti chiave erano “l’appartenenza di Gesù alla razza ariana, l’eliminazione dell’Antico Testamento, il rifiuto di atteggiamenti passivi e di debolezza, la formazione di una Chiesa nazionale”. Punti salienti, che costituiscono le ragioni del paradossale incontro dell’avversione nazista all’Antico Testamento con la capovolta teologia degli scolarchi militanti nella sinistra francofortese-sessantottina.  

Ora l’ostilità alla teologia ebraica era il paravento dietro cui agiva la mentalità ultramoderna & ultradecadente, che agitava la Germania asiatica, narrata da Henri Massis nei primi anni Trenta. Di qui l’avversione teologica del cardinale Eugenio Pacelli e la sua azione esercitata  a difesa dei perseguitati dal nazismo, quando fu eletto Sommo Pontefice. Azione ricostruita fedelmente da Guiducci.

Il panteismo asiatico, che eccitava la fantasia degli intellettuali e dei viaggiatori nazisti, preparava il terreno a un ateismo di stampo nirvanico: “il Fuhrer promosse un orientamento fortemente ateo, nichilista e materialista nella sostanza. La dottrina nazista ambiva a sostituire qualsiasi fede religiosa in quanto intendeva proporsi quale surrogato della religione”.

L’opera di Guiducci, a ben vedere, rivela il successo del decadentismo germanico, in azione dietro le quinte del palcoscenico su cui è rappresentata l’avversione degli ultimi illuminati all’esito antivitale (abortista, eutanasista, pederastico) della loro “filosofia”.

(Fonte: riscossacristiana.it)

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Pius XII 1950

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Pope Pius XII

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Vatican City, March 18, 1950. Prince Rainier III of Monaco with Pope Pius XII.